Quanti di voi conoscono il professionista americano Berry Johnston? Non molti, credo. Mister Johnston è praticamente coetaneo del famosissimo Doyle Brunson, essendo nato in Oklahoma nel 1935. La sua carriera e i suoi successi sono incontestabili: vincitore del Main Event 1986 delle World Series of Poker, Berry Johnston è stato iscritto nella Poker Hall of Fame nel 2004.
Si è inoltre piazzato rispettivamente 3° e 5° nell’edizione 1982 e 1990 delle World Series e ha raggiunto 26 final tables alle WSOP, con ben 57 piazzamenti totali in the money! Al 2009 le sue vincite complessive in tornei live ammontano ad oltre 3.300.000 dollari, di cui $2.059.000 provenienti direttamente dalle Wsop. Al Main Event delle Series è andato a cash 10 volte, più di chiunque altro giocatore, con 5 braccialetti vinti, piazzandosi ad oggi al 42esimo posto della WSOP all time money list.
Johnston iniziò a giocare a poker ad un’età relativamente avanzata per gli standard di oggi: 35 anni. Gli ci vollero 10 anni per poter padroneggiare il gioco. A 45 anni si trasferì a Las Vegas, con la volontà di confrontarsi con i migliori giocatori del mondo. In breve tempo tutti lo conoscevano nella Sin City e lo rispettavano come giocatore.
Ad un passo dal grande risultato:
Il suo primo grande risultato arrivò nel 1982 alle World Series nel Main Event. Contro un field d’elite di 104 giocatori professionisti, Johnston raggiunse il final table. Lì si trovò di fronte la créme de la créme del poker mondiale, dovendo affrontare mostri sacri del calibro di “Texas Dolly” Doyle Brunson, “Sailor” Edwards, Dewey Tomko, Jack “Treetop” Strauss, Carl Cannon e Buster Jackson. Strauss realizzò il miracolo di rimontare da 500 chips a due giorni dalla finale, fino alla chip leadership.
I bookmakers del tempo diedero Johnston per spacciato ad 8/1 al final table, anche a causa della sua mancanza di esperienza a quei livelli. Nonostante si trovasse in difficoltà contro quei campioni, riuscì ad arrivare terzo, perdendo in allin contro uno scatenato Strauss che finì per vincere il titolo. Quel risultato gli fruttò una somma notevole a quel tempo: 104.000 dollari. La sua decisione di vivere a Las Vegas lo aveva ricompensato.
Nel 1983, Johnston dimostrò di essere un vero talento negli high-stakes, vincendo il torneo $2,500 Match Play. A parte i $40.000 di premio, la vittoria gli regalò anche il suo primo braccialetto Wsop e il sigillo di legittimazione di top player. Fu solo l’inizio della sua clamorosa ascesa nelle due decadi seguenti in cui Berry divenne una minaccia costante in qualsiasi torneo prendesse parte.
Di nuovo nel 1985 Johnston si trovò al final table delle Wsop. Ancora una volta erano rimasti in tre: lui, T.J. Cloutier e Bill Smith. Johnston mosse allin con AK contro Cloutier che chiamò con AJ. Un jack al turn segnò il fato negativo per lui. Nonostante ciò quel terzo posto fu l’ennesima conferma del suo indiscusso valore di giocatore.
Durante quel torneo egli impressionò gli spettatori anche per la sua classe nell’affrontare le bad beat. Quando quel fatidico e improbabile jack al turn lo eliminò, Johnston strinse la mano a Cloutier e Smith e si diresse a testa alta verso la moglie, tra il pubblico. Lei gli disse: “Tesoro, sono arrabbiata. Possiamo andare a mangiare qualcosa ora?”. Johnston placidamente rispose: “Ok, amore mio, andiamo a mangiare se è quello che vuoi”, e la coppia si diresse all’uscita del casinò.
Nel 1986 finalmente arrivò il tanto sospirato successo al Main Event delle World Series. Sconfisse un field di 141 grandi giocatori e raggiunse la vetta del mondo (e 570.000$ di premio). Fu il modo migliore di celebrare il suo cinquantesimo compleanno.
Negli anni seguenti Johnston agguantò altri 3 braccialetti Wsop con le vittorie nel 1990 $2,500 Limit Hold’em ($254,000 top prize), nel 1995 $1,500 Limit Omaha ($91,200 top prize) ed nel 2001 $1,500 Razz ($83,810 top prize). In due decenni fece sempre parlare di sé con un 5°, 16°, 17° e 21° posto al Main Event. Un record che molto difficilmente verrà eguagliato.
Come detto, nel 2004 fu inserito nella Hall of Fame del Poker. Gli analisti dissero che era il “candidato perfetto”, considerando i criteri di valutazione per poter ottenere quel riconoscimento. Aveva certamente giocato contro i migliori professionisti, raggiunto il rispetto degli altri giocatori e, cosa più importante, aveva passato il test del tempo.
In seguito Johnston dichiarò che aveva trasformato in realtà i suoi 3 più grandi sogni nel poker: giocare abbastanza bane da poterci vivere, vincere un titolo delle World Series, e conquistarsi il rispetto degli altri grandi campioni. Lo stesso Doyle Brunson, la leggenda vivente, ha detto: “Quello che ammiro di più in Berry non è il grande giocatore di poker, ma l’uomo. E’ un individuo profondamente religioso e devoto alla famiglia, ed è sempre stato un gentleman in ogni occasione”.
La sua costanza di risultati nel tempo, ai massimi livelli, ne ha fatto la leggenda del poker che è oggi. Johnston continua a giocare a Las Vegas nei principali tornei e siamo convinti che questo anziano signore non ha ancora finito di stupirci.
(di Stefano Rando)

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